Romanzo Collettivo – Capitolo primo
Nelle sere d’estate spesso si tira tardi a chiacchierare del più e del meno, cosa che fà venire delle idee un po’ più stravaganti del normale, e a noi è venuta l’idea di scrivere un romanzo collettivo.
Per carità, non è un’idea nuova, ci sono altri, ben più bravi e importanti di noi, che della scrittura collettiva hanno fatto una professione, e scrivendo peraltro libri egregi, parlo, per fare un esempio, dei famosissimi Wu Ming, o degli emergenti Kai Zen.
Noi invece, saremo la ben più umile Kissan Bändi (che poi non è altro che banda dei gatti in finlandese)
Le regole sono queste:
Qui sotto troverete il primo capitolo del libro.
Come potete vedere non ci sono indicazioni per un genere definito, il genere si preciserà strada facendo, sono però descritti i due personaggi principali, e la situazione di partenza.
Avete una settimana di tempo per ideare il secondo capitolo, troverete a breve il post in cui inserirlo.
Il testo non dovrà superare i 5.000 caratteri.
Tutti i secondi capitoli postati verranno accuratamente letti, ed entro una sttimana verrà scelto quello ufficiale.
A questo punto il giro ricomincia, fino alla fine del libro (una ventina di capitoli, più o meno).
In caso la trama si dovesse arenare, provvederò a scrivere un capitolo di raccordo.
Buona lettura, buona scrittura e buon divertimento!
Capitolo 1
Accidenti, la sveglia. Come sempre quando doveva partire non aveva dormito bene: un po’ di ansia, un po’ di eccitazione, molta voglia di lasciarsi i preparativi alle spalle ed essere già oltre, dall’altra parte del viaggio.
Tutti i bagagli erano già in macchina, restava solo da chiudere la piccola borsa che avrebbe portato con sé nella cabina dell’aereo, oltre, ovviamente, a cercare D’Artagnan e infilarlo nel trasportino.
Si rese conto che le coperte erano stranamente leggere, evidentemente il gattaccio non era sul letto, e questo poteva significare solo un gattosafari particolarmente arduo.
Si alzò sospirando e andò in sala. Incredibilmente il gigantesco Norvegese bianco e nero a occhi impari era già sistemato nella suite imperiale, dove faceva finta di dormire, ma il bagliore dell’occhio arancione lo tradiva.
Paola sghignazzò tra sé e sé, e, con un veloce colpetto della mano chiuse la porticina “Sei fritto, gattastro,”, disse al gatto, che aveva improvvisamente aperto anche l’occhio azzurro “la stiva ti attende”. Il gatto la guardò con aria di totale disapprovazione, richiuse gli occhi e finse di piombare in un sonno profondo.
Cocò e Chanel, le due femmine, erano state portate la sera prima dall’amica che le avrebbe accudite per i tre mesi che Paola avrebbe trascorso all’estero, ma non era possibile affidare D’Artagnan. Paola ci aveva provato, quando era più piccolo, ma quando lo andava a riprendere trovava sempre l’affidatario coi nervi a pezzi: “Ma no, è stato buonissimo” diceva, quasi balbettando, il malcapitato di turno, mentre il gatto lo guardava minaccioso, con il solo occhio azzurro aperto. Dopo di che, si rendeva irreperibile.
Dopo qualche tentativo, terrorizzata dall’idea di perdere tutti gli amici, Paola aveva deciso di portare D’Artagnan con sé, ma anche questo presentava qualche difficoltà.
Innanzi tutto il gatto non accennava a smettere di crescere, a quattro anni era ormai un colosso di nove chili. Nonostante fosse castrato, non aveva un filo di grasso, e la lucente e folta pelliccia nera mascherava a stento i muscoli d’acciaio. Paola e le sue amiche si chiedevano come fosse possibile che un gatto castrato, la cui attività prevalente era dormire a pancia all’aria sul divano, potesse avere una muscolatura che loro, massacrandosi di palestra, non avrebbero mai nemmeno sperato di avere.
Venivano ricambiate di tutto l’interesse con un malizioso luccichio dell’occhio arancione.
Un’altra difficoltà si era presentata nel momento di acquistare il trasportino adatto. Paola avrebbe preferito portare il micio con lei in cabina, nonostante le sue cospicue dimensioni sarebbe anche stato possibile trovare un trasportino omologato per la cabina, ma il gatto non ne aveva voluto sapere. Dopo aver girellato nel negozio dove si servivano abitualmente, con una mezza dozzina di gabbiette aperte davanti, per scegliere quella di suo gradimento, D’Artagnan si era fermato davanti a un mostruoso trasportino per cani di grossa taglia, denominato dal costruttore “suite imperiale”, e aveva fatto chiaramente capire che avrebbe accettato di viaggiare solo dentro quella specie di palazzo. Paola aveva cercato di far capire al gatto che in quel modo era condannato a viaggiare in stiva, ma D’Artagnan era stato irremovibile.
Fortunatamente il mega trasportino aveva delle comode rotelle!
Paola si mise a tracolla la borsa, e trainando la suite con il gatto, andò in garage a prendere la macchina.
Un’ora dopo era in aeroporto, fece il check in, spedì i bagagli e si presentò al trasportatore che doveva prendersi cura del viaggio del micio.
L’impiegato sbarrò gli occhi quando comprese che dentro l’enorme gabbia c’era un gatto e non un cane, così uscì da dietro il banco, domandandosi che razza di animale potesse essere.
“Oh, un grosso gatto con un ego ancora più grosso”, spiegò Paola allo sbalordito impiegato, che cercava di stabilire le esatte dimensioni della lucente massa nera che intravedeva tra le maglie della porta. D’Artagnan, come faceva sempre quando voleva impressionare qualcuno, si era acciambellato in modo da mostrare solo le sue parti nere, tranne un vezzoso guantino bianco che sfiorava maliziosamente la porta del trasportino.
“Ci vediamo a Parigi, bello”, disse Paola mandando un bacio di saluto a D’Artagnan, che non si degnò nemmeno di muovere l’unico orecchio visibile. Appena uscita dall’ufficio, Paola si fermò, in attesa. Fu prontamente ricompensata: dopo meno di 10 secondi sentì uno sbalordito “echecazzo” arrivare da dietro la porta. Di sicuro D’Artagnan aveva tirato su la testa, mostrando intero il suo inquietante muso, perfettamente suddiviso in una metà bianca, con un occhio arancio, e una metà nera, con un occhio azzurro. Ridacchiando, Paola si diresse verso l’imbarco.
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